Rientrato
a Gravina, Eustachio esercita per 22 anni la professione
medica, dando prova di speciale competenza, amore verso
gl'infermi, crescente abnegazione, impegno diuturno
disinteressato, capacità di dialogo e spirito
di collaborazione.
Agli inizi, per assicurare ai malati poveri un'assistenza
coscienziosa e tempestiva, egli, che pure aveva bisogno
di mezzi di sussistenza, rifiuta la nomina di medico
condotto, dichiarandosi disponibile solo se tale condotta
si fosse resa praticabile dividendo il servizio per
rioni.
Svolge anche attività politica, sociale, assistenziale,
caritativa. È consigliere comunale, docente e
dirigente scolastico, presidente di Opere pie. Durante
la sua vita di laico prende a cuore la «questione
sociale del Meridione» e sostiene con coraggio
gli interessi di poveri e diseredati.
Sull'esempio di Cristo ama gl'indigenti e li soccorre
con le proprie sostanze e col ricavato del suo lavoro
quotidiano. Non accetta compenso per il suo impegno
nelle diverse scuole cittadine, onde favorirne il mantenimento
a beneficio della gioventù, e per la direzione
e assistenza sanitaria prestata alle Opere gestite dalla
Congregazione di carità.
Nel 1892, mentre è in piena attività,
il dott. Montemurro, assistendo i suoi pazienti, contrae
il tifo. Divenute gravi le sue condizioni, egli fa voto
alla Vergine Addolorata che, guarito, risponderà
alla chiamata divina al sacerdozio, che da molto tempo
avvertiva.
Subito consegue perfetta guarigione, ma, ostacolato
dal padre ad attuare la promessa di abbracciare il sacerdozio,
ne dilaziona la decisione rimettendosi nel lavoro con
maggiore impegno. Tuttavia gli si impone con insistenza
il pensiero del voto fatto e l'invito pressante della
grazia che lo attrae alla vita clericale. Ne parla allo
zio can. Leopoldo, il quale gli consiglia di continuare
a servire il Signore nella vita professionale. |