Il 6 giugno
1895, ancora immerso nel suo grande dolore per la morte
del padre, notaio Giuseppe, avvenuta il giorno 2, il
dottor Montemurro riceve la nomina a presidente della
Congregazione di carità, da cui dipendevano tutte
le opere di assistenza e beneficenza del Comune. Egli
conosce il precario stato economico in cui versano le
Opere dipendenti dall'Ente per la cattiva gestione e,
tuttavia, accetta la nomina, ma a condizione che in
Congregazione si pensi ad amministrare il patrimonio
dei poveri nel rispetto della giustizia: senza via
di parte.
Per un triennio Montemurro esercita l'incarico di presidente,
profondendo il meglio di sé per i malati, gli
anziani, le orfane, le giovani, i bambini dell'asilo
infantile e compiendo ogni sforzo per risanare lo stato
economico delle Opere Pie. Dopo tre anni di servizio,
compiuto con disinteresse personale e amore, egli, non
tollerando intrighi di carattere burocratico, il 17
febbraio 1897 si dimette spontaneamente dalla carica.

Nel lasciare la presidenza si spoglia persino di alcuni
oggetti cari appartenuti alla sua famiglia per una lotteria
in favore delle orfane. Si impegna inoltre al versamento
di lire cinquanta annue, vita natural durante, da sorteggiare
ogni 2 giugno, anniversario della morte del padre, per
il “maritaggio” di un'orfana, e all'assistenza
medica gratuita alle stesse orfane e ai bambini dell'
Asilo infantile.
Gratuita, e per ben 22 anni, fu anche l'opera di direttore
sanitario prestata all'ospedale "S. Maria del Piede",
come gratuito fu l'insegnamento di varie discipline
nelle scuole del Seminario diocesano prima e del Comune
dopo, ed ancora furono gratuite le visite mediche ai
malati poveri. Anzi l'onorario stesso della sua professione
era devoluto, in massima parte, per sovvenire ai bisogni
del prossimo: sussidi a studenti poveri, “maritaggi”
per fanciulle orfane, offerte per il Seminario della
diocesi, fitto di casa a famiglie bisognose.
«Questo amore del prossimo, - ha scritto l'avv.
Filippo Gramegna - innato in lui, non poteva non diventare
carità ardente capace d'ogni rinunzia e sacrificio
per la gloria di Dio».
Nell'arco dei suoi 45 anni di vita laicale il medico
gravinese, in un alternarsi di gioie e di dolori e in
un crescendo di successi professionali con attenzione
ai problemi sociali, sperimentò: la povertà
e l'umiltà dei Montemurro di Matera, da cui proveniva
il padre; l'agiatezza e la raffinatezza dei costumi
dei Barbarossa, da cui proveniva la madre; la dolcezza
di una famiglia, ricca di umanità e religiosità
e la ferita infertagli dai gravi lutti, che lo privarono
di ogni affetto umano; le fatiche per procurarsi di
che vivere e la gioia e possibilità di sovvenire
e confortare molti nei loro bisogni, testimoniando nella
vita di ogni giorno la sua adesione di fede e di amore
a Cristo, che dice: «Io ho avuto fame e mi
avete dato da mangiare; ho avuto sete e mi avete dato
da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e
mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato
e siete venuti a trovarmi» (Mt 25, 34-36).
Il profilo di Montemurro, «frequentatore dei poveri,
uomo di riflessione sociale e di sentimenti civili -
ha scritto lo storico Andrea Riccardi - ricalca quello
di figure di "santi" laici, di professionisti
impegnati non solo nella terapia, ma anche nell'igiene
e nella educazione: [...] Questo "medico santo"
diventa prete» (Convegno storico nazionale,
1994, p. 239).
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